INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 7 - LE RESPONSABILITA'
- Tommaso Villa
Sette giorni d’inchiesta per ricostruire quarant’anni di industrie scomparse, enti perduti, servizi ridimensionati, promesse mancate e popolazione in fuga. La domanda più semplice è quella che tutti si aspettano alla fine di questa inchiesta: di chi è la colpa?
La risposta più onesta è anche la meno comoda: non esiste un solo colpevole. Negli ultimi quarant’anni sono cambiati governi nazionali, presidenti della Regione, maggioranze politiche, parlamentari, presidenti della Provincia, sindaci, amministratori degli enti pubblici e vertici delle organizzazioni economiche e sindacali. Sono cambiati i partiti, le sigle e persino i sistemi elettorali.
Eppure la traiettoria della provincia è rimasta sorprendentemente costante. Fabbriche chiuse o ridimensionate. Sedi istituzionali accorpate. Enti commissariati. Ospedali riconvertiti. Opere annunciate e mai completate. Giovani costretti a cercare altrove le opportunità che il territorio non riesce più a offrire. Il riconoscimento ministeriale dell’area di crisi industriale complessa di Frosinone, la perdita di decine di migliaia di residenti rispetto al 2011 e il saldo negativo dei giovani laureati non sono opinioni politiche. Sono indicatori prodotti da istituzioni pubbliche che descrivono una provincia diventata progressivamente più fragile. Ma sarebbe troppo facile utilizzare questi dati per costruire il solito processo alla classe politica. Questa ultima puntata non vuole trovare un capro espiatorio. Vuole individuare un metodo che non ha funzionato.
Prima, però, è necessario spiegare come è stata costruita questa inchiesta. È stato un lavoro più complesso del previsto. Non tanto per la mancanza di documenti, quanto per la loro frammentazione e, in diversi casi, per l’apparente contraddittorietà dei dati. Un posto letto programmato non è necessariamente un letto disponibile. Un finanziamento annunciato non è denaro già speso. Un progetto approvato non è un’opera realizzata. Una fabbrica che interrompe la produzione non è necessariamente un’azienda già cessata. Sono differenze che sembrano tecniche ma cambiano completamente il racconto. La programmazione sanitaria regionale 2024-2026 assegna alla provincia di Frosinone 1.479 posti letto, ma nella stessa documentazione vengono distinti i posti programmati, quelli rilevati e quelli equivalenti all’attività realmente erogata. Sono fotografie diverse dello stesso sistema. Nel settore industriale il numero dei lavoratori può comprendere soltanto i dipendenti diretti oppure anche l’indotto. Un’azienda può essere ferma, in cassa integrazione, in liquidazione, in amministrazione straordinaria o ancora impegnata in un tentativo di continuità produttiva. Lo stesso vale per le infrastrutture. Uno studio di fattibilità non è un progetto esecutivo. Un progetto non è una gara. Una gara non è un cantiere.
E un cantiere non è ancora un’opera funzionante. Per questo abbiamo cercato, durante tutta l’inchiesta, di distinguere tra ciò che è stato annunciato, ciò che è stato finanziato, ciò che è stato realmente realizzato e ciò che continua a esistere soltanto sulla carta. Ed è proprio partendo dai fatti che possiamo parlare delle responsabilità. Una parte consistente delle trasformazioni raccontate in questi sette giorni deriva da scelte nazionali. La riforma della geografia giudiziaria ha soppresso centinaia di sezioni distaccate, comprese quelle che servivano Alatri, Anagni e Sora. La riorganizzazione della rete della Banca d’Italia ha ridotto il numero delle filiali. Le politiche industriali nazionali non sono riuscite a impedire la perdita di grandi stabilimenti né a garantire una riconversione sufficientemente rapida delle aree dismesse. A questo si aggiunge una delle occasioni più discusse degli ultimi anni: la mancata inclusione della provincia di Frosinone nella Zona Economica Speciale. Un territorio riconosciuto dallo stesso Stato come area di crisi industriale complessa si trova a competere con territori confinanti che possono beneficiare degli strumenti e delle agevolazioni della ZES Unica del Mezzogiorno. È una contraddizione che pesa soprattutto nelle aree meridionali della provincia, dove pochi chilometri possono significare condizioni differenti per chi deve decidere dove localizzare un nuovo investimento.
La Ciociaria ha chiesto più volte strumenti compensativi e condizioni capaci di riequilibrare questa disparità competitiva, ma il problema resta: riconoscere la crisi di un territorio senza dotarlo di strumenti paragonabili a quelli disponibili appena oltre il confine regionale rischia di certificare lo svantaggio anziché contribuire a superarlo.
Il destino di Stellantis non può essere governato da un sindaco o da un presidente della Provincia. Lo stabilimento di Cassino dipende dalle strategie di un gruppo automobilistico multinazionale, dalle politiche europee sulla transizione, dal costo dell’energia, dalla domanda di mercato e dalle decisioni assunte fuori dalla Ciociaria. Ma lo Stato italiano ha la responsabilità di negoziare investimenti, modelli, volumi produttivi, occupazione e tutela dell’indotto. Nel primo semestre del 2026 Cassino ha prodotto circa 6.700 vetture, con una diminuzione del 36,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Un livello che i sindacati hanno definito insostenibile per lo stabilimento e per il sistema dei fornitori. La politica nazionale ha anche una responsabilità sulle infrastrutture. L’Alta Velocità attraversa la provincia. L’autostrada collega Roma e Napoli. Il territorio si trova nel cuore dell’Italia centrale e a poca distanza da due delle maggiori aree metropolitane del Paese. La geografia ci ha dato molto. Siamo stati noi a non riuscire, finora, a trasformarla pienamente in competitività.
Poi c’è la Regione Lazio. La Regione possiede un ruolo decisivo nella sanità, nella programmazione territoriale, nei trasporti regionali, nei consorzi industriali, nell’edilizia pubblica e nelle nomine degli enti collegati. Non si può quindi raccontare la spoliazione della Ciociaria senza analizzare il rapporto con Roma. L’accorpamento dei consorzi industriali può avere prodotto una struttura più grande e finanziariamente più forte. Ma ha anche fatto perdere alla provincia due organismi autonomi, l’ASI e il Cosilam, confluiti in un ente regionale. La programmazione sanitaria ha concentrato il DEA di secondo livello e diverse alte specialità a Latina, mentre Frosinone, Sora e Cassino restano DEA di primo livello. È una scelta che può essere sostenuta attraverso criteri clinici, volumi di attività e standard nazionali, ma produce una dipendenza concreta della Ciociaria da altri territori per i casi più complessi. La Regione esercita inoltre il potere di nominare commissari e vertici. Il commissariamento può essere necessario. Può servire a risanare un ente, completare una riforma o superare una situazione eccezionale. Ma l’eccezione deve avere una fine. Per ogni gestione straordinaria dovrebbe esistere un cronoprogramma pubblico che indichi il problema iniziale, gli obiettivi assegnati, i risultati raggiunti e la data prevista per il ritorno alla gestione ordinaria. Altrimenti il commissario non risolve l’eccezione. La amministra indefinitamente.
Poi arriviamo a noi. La politica locale possiede certamente meno poteri rispetto al passato. La Provincia non viene più eletta direttamente dai cittadini. Molte competenze sono regionali o nazionali. I Comuni non possono governare la politica industriale, la sanità ospedaliera o la rete ferroviaria. Tutto vero. Ma la riduzione dei poteri non può diventare l’alibi per la scomparsa della strategia. La provincia di Frosinone è composta da 91 Comuni e troppo spesso si presenta ai tavoli decisionali con 91 richieste differenti. Il capoluogo difende lo Spaziani. Cassino difende il Santa Scolastica e lo stabilimento automobilistico. Sora difende il Santissima Trinità e le infrastrutture della Valle del Liri. Anagni rivendica il proprio ospedale e l’area industriale. Fiuggi pensa al turismo termale. Ogni amministratore compie il proprio dovere quando difende la comunità che lo ha eletto. Il problema nasce quando nessuno difende la provincia nel suo complesso. Frosinone, Cassino, Sora, Anagni e gli altri territori non possono continuare a considerarsi concorrenti per ogni reparto, finanziamento, ufficio o infrastruttura.
Il divide et impera a Roma lo conoscono da duemila anni. E una provincia divisa continua a renderlo terribilmente efficace. Basta promettere qualcosa a ciascun territorio, rinviare la decisione e attendere che i campanili si neutralizzino a vicenda. L’assenza di una piattaforma comune è stata forse la più grave responsabilità della classe dirigente ciociara. Non aver perso tutte le battaglie. Averle combattute separatamente. Il campanilismo viene spesso presentato come una caratteristica folkloristica della Ciociaria. Non lo è. È un costo economico. Significa moltiplicare strutture, candidature, progetti concorrenti e richieste incompatibili. Significa pretendere che ogni ospedale possieda ogni reparto, che ogni Comune costruisca da solo il proprio prodotto turistico e che ogni area industriale elabori una strategia indipendente.
Il risultato non è una maggiore distribuzione delle risorse. È una minore capacità di ottenerle. Una stazione dell’Alta Velocità non può essere decisa in base alla distanza dal municipio politicamente più influente. Deve essere collocata nel punto che massimizza il bacino degli utenti, l’accessibilità stradale, il collegamento con il trasporto pubblico e le ricadute sul sistema produttivo. Un’alta specialità sanitaria non può essere assegnata per compensare un territorio. Deve avere personale, tecnologie, volumi e collegamenti con l’intera rete provinciale. La politica territoriale non consiste nel distribuire un pezzetto a ciascuno. Consiste nello scegliere dove collocare una funzione affinché possa servire tutti. Anche le organizzazioni economiche e sociali devono interrogarsi. Associazioni imprenditoriali, sindacati, ordini professionali, università e sistema creditizio hanno affrontato per anni vertenze spesso separate. Videocon. Marangoni. Ilva. Ideal Standard. Saxa. L’indotto Stellantis. Tavoli differenti, ammortizzatori sociali differenti, ipotesi di riconversione differenti.
È mancata una politica industriale territoriale capace di stabilire in anticipo quali settori attrarre, quali competenze salvare, quali aree bonificare e come collegare formazione, università e necessità delle imprese. Il riconoscimento dell’area di crisi industriale complessa avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un grande piano di trasformazione, non soltanto un contenitore di incentivi. Dobbiamo avere il coraggio di misurare i risultati: quanti investimenti hanno prodotto occupazione stabile? Quante aree sono state realmente riconvertite? Quanti lavoratori sono rientrati nel mercato con una professionalità spendibile?
Il sostegno pubblico è necessario. Ma senza la verifica dei risultati rischia di trasformarsi in un ammortizzatore per il territorio anziché in una leva per il suo rilancio. Anche chi racconta il territorio possiede una responsabilità. Troppo spesso l’informazione locale vive sulla velocità dell’annuncio e sulla vicinanza alle fonti istituzionali. Una conferenza stampa produce immediatamente un titolo. Un protocollo d’intesa diventa una svolta storica. Un finanziamento programmato viene raccontato come denaro già disponibile. L’approvazione di un progetto viene confusa con l’apertura del cantiere. Un nuovo reparto viene considerato operativo prima dell’arrivo del personale.
Il comunicato dell’ente rischia così di trasformarsi in articolo senza sufficiente mediazione, senza domande e senza verifica. Il problema diventa ancora più serio quando l’accesso all’informazione viene utilizzato come strumento di selezione. Chi accompagna la narrazione istituzionale trova porte aperte. Chi pone domande scomode può essere considerato polemico, ostile o addirittura dannoso per l’immagine del territorio. Ma un amministratore pubblico non risponde a un giornalista per concedergli un favore. Risponde ai cittadini che attraverso quella domanda chiedono conto dell’utilizzo delle risorse, dei ritardi, delle promesse e delle decisioni assunte in loro nome.
Naturalmente esistono giornalisti e testate che verificano gli atti, seguono le vicende negli anni e lavorano con indipendenza. È proprio questo il punto. Il giornalismo locale dovrebbe creare memoria. Conservare gli annunci, confrontarli con gli atti, tornare nei luoghi dopo il taglio del nastro e verificare ciò che è rimasto quando le telecamere sono state spente. Non dovrebbe limitarsi ad accompagnare il presente del potere. Dovrebbe ricordargli ciò che aveva promesso.
E infine ci siamo noi cittadini. Non è piacevole dirlo, ma una democrazia non è composta soltanto da chi governa. Per decenni abbiamo premiato il politico che otteneva il finanziamento anche quando l’opera non veniva completata. Abbiamo considerato una vittoria l’inserimento di un progetto in un documento programmatico. Abbiamo difeso il reparto sotto casa anche quando non disponeva del personale necessario. Abbiamo protestato contro ogni accorpamento senza domandarci quale modello alternativo fosse sostenibile. E soprattutto abbiamo una memoria troppo corta. La politica lo sa. Sa che dopo qualche anno un progetto può essere annunciato nuovamente cambiando il nome, la localizzazione o il soggetto promotore.
Per interrompere questo ciclo non basta cambiare gli amministratori. Bisogna cambiare il modo con il quale li valutiamo. Il primo cambiamento potrebbe essere semplicissimo: un Registro pubblico delle opere e degli impegni strategici della provincia. Non un nuovo ente. Non un consiglio di amministrazione. Non l’ennesima cabina di regia destinata a produrre comunicati. Una piattaforma pubblica nella quale ogni grande progetto abbia una scheda: soggetto responsabile, data del primo annuncio, costo stimato, fonte di finanziamento, somme realmente assegnate, livello della progettazione, autorizzazioni mancanti, data prevista per la gara, apertura del cantiere, stato di avanzamento, ritardi e relative motivazioni. Un po’ come succede per i progetti del PNRR. La stazione dell’Alta Velocità avrebbe la propria scheda. La bonifica della Valle del Sacco la propria. Gli interventi sugli ospedali, le strade, le aree industriali e le strutture territoriali sarebbero monitorati con lo stesso metodo. Ogni sei mesi la politica dovrebbe presentarsi davanti ai cittadini non per annunciare nuovi progetti, ma per spiegare perché quelli già annunciati siano andati avanti oppure siano rimasti indietro.
La seconda svolta dovrebbe essere ancora più importante. Un patto tra i 91 Comuni. Non novantuno elenchi della spesa. Dieci priorità provinciali. Ad esempio: la stazione dell’Alta Velocità e la sua integrazione con il sistema dei trasporti. Il rilancio industriale e tecnologico del Cassino Plant e del suo indotto. La riconversione delle aree industriali dismesse e il rilancio della manifattura. Il rafforzamento della sanità ospedaliera e territoriale. La bonifica e il rilancio ambientale ed economico della Valle del Sacco.
Il completamento delle grandi trasversali e la costruzione di un sistema logistico provinciale. Una politica unitaria per turismo, cultura, borghi, terme, montagne, abbazie, cascate ed eccellenze agroalimentari. Il rafforzamento dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale come motore di ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Una politica per contrastare lo spopolamento e riportare giovani, competenze e famiglie sul territorio. Una strategia comune per attrarre investimenti, nuove filiere produttive e imprese ad alto valore aggiunto. Dieci punti. Non cento. E su questi dieci punti non dovrebbero esistere il progetto di Frosinone contro quello di Cassino, la richiesta di Sora contro quella di Anagni, la proposta della destra contro quella della sinistra. Dovrebbe esistere una provincia che si presenta a Roma con una sola voce. Per farlo serve anche una struttura tecnica stabile. Non un’altra poltrona.
I piccoli Comuni spesso non possiedono personale sufficiente per preparare progetti complessi, partecipare ai bandi europei, completare autorizzazioni e rispettare cronoprogrammi sempre più difficili. Una struttura tecnica provinciale costruita attraverso Provincia, Università di Cassino, Comuni, Camera di Commercio e organizzazioni economiche potrebbe assistere gli enti nella progettazione e nel monitoraggio. Il classico sportello Europa ma provinciale. Non dovrebbe amministrare potere politico. Dovrebbe produrre progetti cantierabili. La differenza è enorme. La Ciociaria non ha bisogno dell’ennesimo presidente. Ha bisogno di ingegneri, economisti, urbanisti, esperti di fondi europei, analisti dei dati e professionisti capaci di trasformare un’idea in un progetto finanziabile e un finanziamento in un’opera realizzata.
Ma questa inchiesta non può finire soltanto con l’elenco di ciò che abbiamo perduto. Perché non tutto è perduto. La Ciociaria conserva una posizione geografica straordinaria. Possiede l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, un importante polo farmaceutico, competenze industriali e manifatturiere, imprese capaci di esportare, aree produttive che possono essere rigenerate e un patrimonio culturale e ambientale difficilmente replicabile. Abbiamo borghi, montagne, abbazie, cascate, terme, produzioni agroalimentari e tradizioni PAT che altre province trasformerebbero in un sistema economico. Abbiamo Cassino, che può ancora tornare a essere uno dei grandi poli industriali italiani se i nuovi modelli saranno accompagnati da volumi produttivi adeguati e se intorno allo stabilimento nasceranno nuove filiere tecnologiche.
Abbiamo competenze che possono aprire spazi nell’aerospazio, nella difesa, nei droni, nei nuovi materiali, nell’automotive avanzato, nell’energia e nella manifattura ad alto valore aggiunto. Abbiamo una futura stazione dell’Alta Velocità che, se progettata come infrastruttura dell’intera provincia e non come bandierina di un Comune, può modificare l’accessibilità del territorio. Abbiamo Case e Ospedali di Comunità che possono rafforzare l’assistenza territoriale, a condizione che dietro le insegne arrivino medici, infermieri, tecnologie e servizi. Abbiamo un’Università che può diventare ancora di più il ponte tra formazione, ricerca e impresa. Abbiamo soprattutto una provincia che si trova tra Roma e Napoli, attraversata dalle grandi direttrici nazionali, ma che deve finalmente smettere di considerarsi periferia.
La Ciociaria non è povera di opportunità. È povera di strategia. Ed è questa forse la conclusione più importante di sette giorni di inchiesta. Quarant’anni di occasioni perdute non condannano la provincia a perderne altri quaranta. Continuare con lo stesso metodo, invece, potrebbe farlo. Cambiare metodo significa smettere di misurare la politica dal numero degli annunci e cominciare a misurarla dai risultati. Significa smettere di chiedere qualcosa per ogni campanile e cominciare a pretendere ciò che serve alla provincia. Significa costruire una memoria pubblica delle promesse. Significa scegliere poche priorità, finanziarle, progettarle, realizzarle e poi passare alle successive. Significa soprattutto capire che Frosinone, Cassino, Sora, Anagni, Fiuggi e gli altri ottantasei Comuni non sono concorrenti. Sono pezzi dello stesso territorio.
Sette giorni fa abbiamo iniziato questa inchiesta chiedendoci come una provincia che aveva conosciuto industria, crescita, occupazione e peso istituzionale fosse arrivata a perdere fabbriche, abitanti, enti, servizi e occasioni. Oggi una risposta possiamo darla. Non c’è stato un giorno nel quale qualcuno abbia deciso di spegnere la Ciociaria. È accaduto lentamente. Una fabbrica alla volta. Un ufficio alla volta. Un servizio alla volta. Un giovane alla volta. Un’occasione alla volta. Proprio per questo il processo può essere invertito. Non tutto è perduto. Ma da domani non potremo più dire di non sapere cosa abbiamo perduto, perché lo abbiamo perduto e, soprattutto, cosa dobbiamo cambiare per non perdere anche il futuro.